Fa notizia la recentissima sentenza emessa dal tribunale a Los Angeles: Meta e Google sono state dichiarate responsabili per i danni psicologici causati ad una ragazza, Kaley G.M. oggi ventenne, che ha lamentato lo sviluppo di ansia e depressione da quando, a 13 anni, aveva potuto accedere ai social network; danni per cui ha ottenuto la condanna delle big tech ad un risarcimento.
La notizia non è tanto la potenziale, effettiva o consumata dannosità dei social network o meglio, il pregiudizio che può derivare da un loro utilizzo in ragazzini troppo giovani, troppo “liberi” e troppo poco consapevoli.
Neppure c’era bisogno di affermare che i social sono costruiti su basi – i famosi algoritmi – tanto imperscrutabili quanto coinvolgenti e strumentalizzanti, tali da farci sentire padroni di una esplorazione sicura, ludica, senza accorgerci o (per i più avveduti) senza interessarci del fatto che nello scrollare reel e contenuti su tik tok, instagram, youtube, facebook eccetera eccetera, siamo invece ben guidati e profilati nelle nostre preferenze e abitudini anche commerciali. Ce n’è abbastanza soprattutto per i più giovani (ma non solo, dipende dalla quantità e qualità dell’utilizzo) per uscirne sballottati, anche danneggiati nelle personalità.
Quello che – finalmente e per la prima volta – è stato invece stabilito (sarà utile per maggiore precisione leggere le motivazioni della decisione) con valore di “leading case”, è la diretta responsabilità delle big tech society di quei danni, per avere dolosamente omesso di approntare limiti e salvaguardie per l’accesso e comunque per la navigazione dei minori sulle piattaforme.
Vale a dire: Meta e Google potevano modificare l’algoritmo ma non l’hanno fatto, ben consapevoli di averlo ideato e via via elaborato per logica di profitto (non è che Zuckerberg sia proprio proprio a rischio default….ma è da millenni che il denaro non puzza), certamente non per farci socializzare.
L’accertamento del nesso di causa, come si dice in termini tecnici, tra quella omissione e i danni (accertati su base medico legale, non basta lamentarli), costituisce un pericoloso precedente per le piattaforme, indicando una strada per altri analoghi giudizi risarcitori che potrebbero trovare ingresso anche qui da noi, alla luce del “Digital Service Act” (DSA) emanato nel luglio 2022 dal Parlamento Europeo e in seguito approvato nel nostro Paese. Una legislazione tra l’altro ben più stringente rispetto a quella degli USA per i servizi social, i loro contenuti, l’uso degli algoritmi, la trasparenza e i suggerimenti pubblicitari. Una legislazione che obbliga le piattaforme ad una migliore gestione dei rischi e alla più attenta prevenzione di abusi, ingenerati dai sistemi stessi.
Su un piano strettamente connesso, siccome le storture provocate dai social e dal loro utilizzo sono multiformi e poliedriche, una prevenzione generale di altri guai può arrivare dall’osservanza delle linee guida aggiornate dal nostro Garante Privacy. Leggerle ci può aiutare a capire molto delle insidie che ogni giorno siamo portati invece a sottovalutare.

